Quando la libertà smette di essere una dichiarazione e diventa una possibilità concreta.

Oltre la rappresentanza

Ottant’anni dopo il 2 giugno 1946, continuiamo a celebrare la nascita della Repubblica attraverso immagini ormai familiari e preziose: il referendum tra Monarchia e Repubblica, il suffragio universale, le ventuno donne elette all’Assemblea Costituente.

Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria De Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Nilde Iotti, Teresa Mattei, LinaMerlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, ElettraPollastrini, Maria Maddalena Rossi e Vittoria Titomanlio.

La loro elezione segna certamente l’accesso delle donne alla piena cittadinanza politica. Ma il significato storico della loro presenza non si esaurisce nella rappresentanza. Le Costituenti partecipano a una trasformazione più profonda: la ridefinizione di ciò che la Repubblica considera essenziale per la vita democratica.

Una costellazione storica

Le ventuno Costituenti non arrivano tutte dallo stesso mondo. Non appartengono alla stessa generazione, non condividono la stessa cultura politica e non provengono dagli stessi territori. Tra loro siedono comuniste, democristiane, socialiste e una rappresentante del Fronte dell’Uomo Qualunque. Ci sono insegnanti, educatrici, sindacaliste, attiviste dell’associazionismo cattolico, organizzatrici politiche, donne che hanno attraversato il carcere, il confino, la clandestinità e la Resistenza.

Una pluralità di esperienze, culture politiche e percorsi biografici che forma una costellazione storica.

Al suo interno si possono riconoscere differenti unità generazionali che, attraversando la stessa frattura epocale, si trovano a confrontarsi con problemi comuni. Non è la somiglianza a unirle, ma la storia.

Ed è proprio questa eterogeneità a rendere particolarmente significativo il loro contributo.

Ciò che cambia è il regime di visibilità

L’educazione, il lavoro, la maternità, la tutela dell’infanzia, l’assistenza sociale non compaiono improvvisamente nel dibattito pubblico grazie alle Costituenti. Sono già questioni collettive. Sono già luoghi in cui si distribuiscono opportunità e svantaggi, autonomia e dipendenza, inclusione ed esclusione. Sono già luoghi in cui si esercita il potere.

Ciò che comincia a cambiare è il loro statuto, il loro regime di visibilità.

Ogni società costruisce una gerarchia di ciò che considera importante. Alcuni fenomeni vengono illuminati e discussi; altri restano sullo sfondo, pur influenzando profondamente la vita delle persone. Il lavoro retribuito era ed è visibile. Il lavoro di cura molto meno. Le istituzioni sono visibili. Le condizioni che permettono ai cittadini di partecipare pienamente alla vita sociale e democratica lo sono spesso assai meno.

Le Costituenti contribuiscono a spostare questo confine. Contribuiscono a mostrare che molti aspetti della vita sociale non sono questioni private o marginali, ma elementi che incidono direttamente sulla qualità della cittadinanza.

Le condizioni della libertà

Con il loro contributo emerge con maggiore chiarezza che la cittadinanza non dipende soltanto dal diritto di voto o dall’accesso formale alle istituzioni. Dipende anche dalle condizioni che permettono alle persone di esercitare concretamente quei diritti.

La cittadinanza, in questo senso, non coincide con il semplice possesso di uno status giuridico: una persona può avere il diritto di studiare, di lavorare o di partecipare alla vita pubblica e, allo stesso tempo, non disporre delle condizioni necessarie per esercitare quei diritti.

Per questo la Costituzione non si limita a dichiarare libertà, costruisce le condizioni che le rendono concretamente praticabili.

È qui che emerge una delle intuizioni più profonde della Repubblica.

La libertà non viene concepita come semplice assenza di vincoli. Viene collegata alle condizioni materiali dell’esistenza.

La Repubblica non si limita a riconoscere diritti. Costruisce un’architettura istituzionale orientata a renderli effettivi.

L’istruzione pubblica, la tutela del lavoro, la protezione della maternità, l’assistenza sociale, la pari dignità, la partecipazione democratica non sono capitoli separati. Sono elementi di un medesimo disegno costituzionale.

L’articolo 3 ne rappresenta forse la formulazione più avanzata, quando attribuisce alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.

Un diritto esiste davvero soltanto quando può essere esercitato, è questa la differenza tra una libertà dichiarata e una libertà vissuta.

Una domanda ancora aperta

Ottant’anni dopo, l’eredità delle Costituenti continua a interrogare la democrazia.

Che cosa consideriamo essenziale? Quali condizioni rendono realmente possibile la libertà? Che cosa scegliamo di vedere e che cosa continuiamo a lasciare sullo sfondo?

La storia della cittadinanza è, in fondo, la storia di questo progressivo allargamento dello sguardo.

Forse è questa la domanda che le Costituenti continuano a rivolgerci. Non come figure da commemorare, ma come interlocutrici del presente.

Teresa Mattei lo disse molti anni dopo:

“Voi siete il nostro futuro, cercate di assomigliarci ma di essere meglio di noi. Cercate di fare quello che noi non siamo riusciti a fare: un’Italia fondata veramente sulla giustizia e sulla libertà.”

Ottant’anni dopo, quella promessa continua a interrogarci.

02 Giugno 1946 – 02 Giugno 2026

80 anni di Repubblica